| Roberto Donnini: lettera da un presente distorto |
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| La
vicenda formativa di Roberto Donnini conosce un suo primo assestamento
verso la metà degli anni settanta, tra Italia e Germania. Il suo minimalismo
di allora, con l’esibizione di strutture elementari (o sedicenti primarie)
si poneva come consapevolezza del carattere di falsificazione intrinseca
a ogni atto linguistico, segnatamente a quelli che rientrano nella sfera
dell’arte. Se le utopie estetiche di allora si prefiggessero il raggiungimento
di un’autenticità impossibile o fossero presagio delle postmoderne simulazioni
a venire, questo sarebbe ancora un altro discorso: basti allo spettatore
rilevare come le pieghe e le sovrapposizioni di allora tornino nelle opere
moderne come simulacro gestuale o paradigma iconico, reiterata iscrizione
di una memoria inquieta. In altri termini il motivato espositivo sospetto
che può nascere durante la decifrazione di un simile percorso temporale
è che già in quei tempi l’opera fosse, per Donnini, un modo di retroagire
sulle fonti. Il che è antitetico ad ogni progetto di trasparenza comunicativa
( vero e proprio culto del poverismo più divulgato e perciò "vincente"
come alle cadute, inevitabilmente didascaliche e dogmatiche di certe ingenue
ambizioni rifondatrici. Invece quello che si avverte in modo assai netto
nel Donnini attuale è un passaggio di epoche e di maniere: da una poetica
come modalità del fare criticamente acquista ( una progettualità di matrice
concettuale che pareva ripensarsi a partire da Colla a Manzoni) ad un’estetica
che coglie nelle leggi della percezione schemi mentali da infrangere e
destabilizzare. |
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Sculture ed installazioni, quasi sempre siglate da artifizi cromatici
in cui la funzione della pittura è eminentemente ritmica, individuando
uno spazio disarticolato entro il quale l’artista può permettersi, a titolo
di sfida, di incorporare sotto mutati segni anche gli elementi e gli stilemi
più retorici dell’arte contemporanea (pelli tese, scale, reti). E’ come
se ogni elemento acquisito, entrando a far parte del ciclo degli ornamenti
prediletti, divenisse altro da sé, subendo scissioni e metamorfosi, attualizzando
sopiti potenziali di scrittura. E’ evidente quanto sarebbe a questo punto
improprio discorrere di citazioni o letture: abbiamo a che fare con un
repertorio linguistico che pur comprendendo in sé lessici ed esempi fra
i più alti ed illustri ( dire a Burri a Kiefer senza omettere l’onnipresente
Beuys sarebbe fornire, in modo inevitabilmente grossolano, coordinate
aprossimative ma inconfutabili) non viene vissuto dall’artista come modello
fisso ed intimidatorio né come complessi di canoni esecutivi, ma come
materiale instabile perennemente oggetto e soggetto al tempo stesso di
rielaborazione. |
| Qui
infatti paiono coincidere saturazione ( dei riferimenti, delle materie)
e grado zero: nel presente distorto dell’opera anche il materiale più
bruto è discorso obliquo, lateralità irriducibile a qualunque immediatezza,
programmato rifiuto della linearità ma anche rifugiarsi, come pretesto
dell’ineffabile, in fin troppo facili silenzi. ‘Riccardo Cavallo – luglio 1991’ |
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| Roberto Donnini: fase seconda Il
tema chiave di Donnini (sempre che ne esista uno) pare l’intrinseca duplicità
del gesto e della visione. Recita un’arcaica trattazione di logica, a
proposito dell’universale, che questo si manifesta in oggetti doppi e
poi scompare, Soglie raddoppiate, o sdoppiate, di un siffatto evento ci
sembrano queste opere ( che però, in una sorte di aura sospesa, persistono). |
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La convenzione d’una vuota chiacchiera ci imporrebbe di discorrere dell’arte
e del suo doppio, dell’artista e del suo doppio, dell’opera e del suo
doppio, del collezionista e del suo doppio, del critico e del suo doppio;
si ritiene meglio, alle soglie materializzate di tale perpetuo sdoppiamento,
lasciarsene prendere, indefinitamente sostare nel dispiegarsi del loro
indugio e della loro apertura. |
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